SAMSUNG GALAXY GEAR (SMARTWATCH SAMSUNG, 2013) RECENSIONE

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VOTO 6 – Era probabilmente l’oggetto più atteso all’IFA di Berlino. Fortemente declamato come il primo vero smartwatch di

serie A, Samsung Galaxy Gear in realtà rivela già alla sua presentazione tutti i suoi limiti.

Questo ‘orologio’ ha un display touch non molto ampio, un quadrato da 1.63”, risoluzione ‘quadrata’ 320 x 320. Una qualità grafica adeguata. Interessante il design, anche se non particolarmente originale.
A livello hardware Galaxy Gear presenta un processore parsimonioso da 800 Mhz, 512 MB di RAM e una memoria interna di 4 GB. Requisiti abbastanza ‘scarsi’ volti ad accrescere i valori di autonomia del dispositivo.
Abbastanza interessante invece la fotocamera da 1.9 Megapixel, che permette scatti discreti. Interessante la scelta di incorporare l’obbiettivo all’interno del cinturino.
Circa le funzionalità Galaxy Gear non propone novità eclatanti rispetto alla concorrenza. Possibilità di avviare chiamare dal telefono, di accedere alle notifiche, di impartire comandi vocali. E ovviamente di accedere a tutta una serie di applicazioni ottimizzate per lo smartwatch, fra le quali spiccano certamente quelle di allenamento.
Il dispositivo deve essere connesso al telefono via bluetooth (solo alcuni dispositivi Samsung) per sfruttare le reti Wifi e cellular. Diversamente rimarrebbe ‘isolato’.

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E questo è probabilmente il più grande limite del Galaxy Gear, dal quale ci si attendeva molto di più. L’artigianale Peeble si connette facilmente ad iOS e Android. Il Sony Smartwatch 2 dialoga con tutti i dispositivi Android, e vince a livello estetico e pratico. Neptune Pine, un altro progetto minore, funziona in stand-alone.
Fa storcere il naso anche il prezzo. Si parla di più di 300 euro per un quadratino di plastica che è praticamente inutile se si dimentica il telefono. I dubbi valori di autonomia contribuiscono ad accrescere le perplessità.
Salviamo con un 6 Galaxy Gear per la fotocamera e per la tempestività nell’uscita.
Per il resto permane molto scetticismo.
O almeno, questa, è la nostra opinione.

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